La dura vita di chi racconta con le foto

Lewis Hine - Power house mechanic working on steam pump

Lewis Hine – Power house mechanic working on steam pump

“Ho voluto mostrare le cose
che dovevano  essere corrette.
Ho voluto mostrare le cose che
dovevano essere apprezzate”.

Lewis Wickes Hine

 Fotografare può essere una passione, un lavoro o semplicemente un hobby, ma in ogni caso c’è sempre la voglia di raccontare la realtà, o meglio una interpretazione di questa, mediata dal nostro modo di analizzarla, attraverso uno o più fotografie.

Da quando storicamente le macchine fotografiche non hanno più avuto bisogno di lunghi tempi di esposizione per colpa di supporti fotografici poco sensibili, il fotografo è sempre più uscito dal proprio studio per documentare e raccontare il mondo. Pionieri come Jacob Riis alla fine del 1890, passando per Photo-Secession di Stieglitz e Strand (fondata nel 1902), fino a Lewis Hine, Helen Levitt, Walker Evans e a Dorothea Lange, hanno fatto la storia di quel movimento che prenderà il nome di “Straight Photography” (fotografia diretta). L’obiettivo era raccontare il mondo senza alcun artificio tecnico quali filtri e procedimenti di sviluppo e stampa particolari. Inizia la nascita del fotogiornalismo e delle agenzie fotografiche; il progresso ha fatto il resto, tra digitale, internet e la attuale crisi della carta stampata.

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Il Fotogiornalismo è una gara?

La foto vincitrice "Signal" di John Stanmeyer

La foto vincitrice “Signal” di John Stanmeyer

La settimana scorsa sono state annunciate le foto vincitrici del prestigioso premio World Press Photo, curato da una organizzazione no-profit con base ad Amsterdam. Migliaia di fotogiornalisti ed aspiranti tali competono ogni anno per vincere il premio di miglior foto dell’anno e come ogni anno il premio espone il fianco a polemiche, discussioni e confronti. A sorpresa, interrompendo un tendenza che si era andata delineando nelle ultime edizioni, in questa edizione le foto non mostrano più sangue, violenza e dolore. O meglio mostrano anche questi elementi, ma in maniera più simbolica, meno cruenta e macabra degli anni passati.

La foto vincitrice dell’americano John Stanmeyer sicuramente mostra dolore umano, famiglie spezzate, ricerca di un futuro di popolazioni sofferenti. Ma lo fa in maniera simbolica, delicata, una connessione tra tecnologia, migranti e affetti, del tutto inaspettato. La foto degli uomini in piedi sulla spiaggia di Gibuti in cerca di un segnale con il loro cellulare, crea un corto circuito tra tutti gli elementi della foto, sofferenza, persone, simbolismo. Il tutto collegato da una foto di impatto, ben costruita e difficile da non notare anche per un osservatore distratto. Unica pecca, è una foto che forse necessita di una didascalia che spieghi chi sono e che fanno quelle persone illuminate dalla luna e dalla luce del loro cellulare.

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Morire (dimenticati) a 17 anni per una passione

molhemLa foto delle sue macchine fotografiche insanguinate ha fatto il giro della rete nei giorni passati. Una di quelle notizie che in Italia arrivano dopo, se arrivano. L’ennesimo giornalista o fotografo ucciso nella maledetta guerra civile in Siria.

Dall’inizio del 2011 sono stati uccisi 52 giornalisti e rapiti 30. Ma questa volta la notizia dovrebbe però fare più notizia di altre, anche in mondo dell’informazione che diventa negli anni sempre più assuefatto alle notizie che provengono da posti “noti”.

Molhem Barakat era un giovane fotografo di 17 anni, o almeno così le fonti concordi riportano, che lavorava come fotografo freelance per la Reuters in Siria. Venerdì 21 dicembre è morto nella ormai martoriata Aleppo mentre documentava i combattimenti intorno all’ospedale. Si sa ancora poco della sua morte, ma in rete circolano molte sue foto a nome Reuters che documentano la guerra civile e la vita ordinaria in Siria durante la guerra, foto che sono spesso state pubblicate sul New York Times. E sono ancora visibili sulla sua pagina Facebook le foto di lui, sorridente, fiero di fare un lavoro da professionista dell’informazione e del pericolo, con le sue macchine fotografiche in spalla.

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