Un fotografo di fantasia (per Berlino)

Con la fotografia si può giocare, si può creare e si può addirittura interpretare qualcun altro passeggiando per la strada. Le strade nello specifico sono quelle di Berlino, i partecipanti sono ragazzi con una passione per la scrittura creativa e la fotografia analogica.

Immaginatevi 8 persone di età e sesso differenti chiuse in una stanza in un caffè berlinese che chiameremo Wale Café (e  che magari si chiama proprio così) che scrivono ognuno di loro la biografia di un fotografo di invenzione che vive o ha vissuto a Berlino dal 1945 in poi, fermando la sua storia in un determinato momento temporale della sua vita. Noi abbiamo indicato a  ciascuno solo una zona della città su cui creare e poi scattare. Ogni partecipante all’esperimento traccia un profilo psicologico del fotografo, lo discute insieme agli altri partecipanti, inventa un nome, immagina la sua vita, il suo modo di vestire e le particolarità del personaggio. Se lo ritaglia in base alla propria abilità fotografica, magari creandolo particolarmente complesso per sfidarsi in fase di interpretazione.

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10 piccoli esercizi fotografici

“Bisogna andare a cercare le cose,
non aspettare che cadano in testa”
Agatha Christie

"Vietato", Stefano Corso  - Instagram

“Vietato”, Stefano Corso – Instagram

Ci sono ricette per fare foto di impatto e apprezzate? Ci sono delle regole che se applicate possono dare una forza al nostro prodotto fotografico? Sicuramente la passione, la pratica, la familiarità con il mezzo e in confronto con gli altri fanno molto. Ma anche esercitarsi su alcuni aspetti specifici può aiutare la nostra fotografia con poco sforzo. Risultati garantiti, lo strumento non è importante, anche un telefono va bene.

1) ISOLARE – La semplicità fotografica premia sempre. Fotografare un singolo elemento isolato da un contesto aiuta l’osservatore a comprendere l’oggetto del nostro fotografare. Impariamo ad eliminare fotograficamente il superfluo: tutto quello che non interessa come contenuto all’interno della foto. Concentriamoci sugli elementi che consideriamo importanti, ci accorgeremo allora come la semplicità visiva non corrisponde quasi mai ad una semplicità di realizzazione e su quello servirà allenarci.

2) COMPORRE – Una volta che abbiamo isolato l’oggetto del nostro guardare da tutto quello che disturba, impariamo a posizionarlo nel nostro fotogramma utilizzando una delle tante regole di composizione che vengono insegnate. La più semplice è la “regola dei terzi”, se non la conoscete, Wikipedia può aiutare. Comporre aiuta  a rendere più incisivi e riconoscibili gli elementi presenti. Continua a leggere

Quel gusto romantico delle foto stampate

30 secondi fa…

“Solo il risultato conta, e la prova conclusiva è data dalla stampa fotografica.” 

(Henri Cartier-Bresson)

 

Sono ormai quasi 10 anni che la fotografia digitale è presente in maniera sempre più prepotente nella nostra vita, amplificata dall’uso di internet e dei social media: tutti abbiamo un telefono che scatta foto in buona qualità, filtri che le rendono gradevoli e possibilità di condivisione pressoché immediate.

Le nuove generazioni fotografiche hanno sempre meno percezione del valore di una foto stampata, o sta su internet o non esiste. Sicuramente  si risparmiano la tortura, probabilmente mai vissuta,  di andare a casa di parenti ed amici a vedere foto o diapositive del loro ultimo matrimonio o viaggio, ma in questo modo i ricordi vengono sempre più archiviati e selezionati in maniera scomposta e disordinata. Chi di voi tiene un album di famiglia con foto  aggiornate? Ogni tanto appendiamo qualcosa a casa o lo mettiamo dentro una cornice elettronica che cicla i ricordi, ma anche lei in maniera disordinata.

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La dura vita di chi racconta con le foto

Lewis Hine - Power house mechanic working on steam pump

Lewis Hine – Power house mechanic working on steam pump

“Ho voluto mostrare le cose
che dovevano  essere corrette.
Ho voluto mostrare le cose che
dovevano essere apprezzate”.

Lewis Wickes Hine

 Fotografare può essere una passione, un lavoro o semplicemente un hobby, ma in ogni caso c’è sempre la voglia di raccontare la realtà, o meglio una interpretazione di questa, mediata dal nostro modo di analizzarla, attraverso uno o più fotografie.

Da quando storicamente le macchine fotografiche non hanno più avuto bisogno di lunghi tempi di esposizione per colpa di supporti fotografici poco sensibili, il fotografo è sempre più uscito dal proprio studio per documentare e raccontare il mondo. Pionieri come Jacob Riis alla fine del 1890, passando per Photo-Secession di Stieglitz e Strand (fondata nel 1902), fino a Lewis Hine, Helen Levitt, Walker Evans e a Dorothea Lange, hanno fatto la storia di quel movimento che prenderà il nome di “Straight Photography” (fotografia diretta). L’obiettivo era raccontare il mondo senza alcun artificio tecnico quali filtri e procedimenti di sviluppo e stampa particolari. Inizia la nascita del fotogiornalismo e delle agenzie fotografiche; il progresso ha fatto il resto, tra digitale, internet e la attuale crisi della carta stampata.

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Fotografare la strada

"Just for One", Stefano Corso (CC BY-NC-ND)

“Just for One”, Stefano Corso (CC BY-NC-ND)

Prendiamo la nostra macchina fotografica ed usciamo. E’ l’attività che viene fatta più spesso da chi considera la fotografia una passione. La strada è da sempre e storicamente  una grande ed inesauribile fonte di ispirazione visiva ed emotiva. E’ facile, sta lì, basta avere una macchina fotografica qualunque, voglia di camminare e di scoprire raccontando.

Ogni fotografo è un potenziale street photographer (come si dice sempre più spesso) e la fotografia di strada, ora inserita tra le categorie di questa disciplina-arte-svago, va sempre più di moda. Che fai? Sono un fotografo di strada!

Se chiedi ad un fotografo di strada il significato di questo genere,  ti darà sempre una risposta diversa, spesso integralista, sempre personale. Un esempio? Questo: “La fotografia di strada è solo quella che si fa con un grandangolo, possibilmente un  35mm, in bianco e nero e cogliendo visi delle persone!”.

Ogni fotografo sa che fotografare la vita che si ha intorno permette di variare, trovando nuovi stimoli, quello che cogliamo con l’obiettivo. Il fine è sempre la fotografia. La strada può essere uno strumento. Possiamo affrontarla, al di là di ogni “talebanismo”, con la predisposizione che ci è culturalmente più cara, con lo strumento che preferiamo (dal nostro smartphone alla reflex da ottomila euro) il tutto alla ricerca di qualcosa che ci colpisca gli occhi e, attraverso questi, il nostro io più profondo.

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Il permesso di sbagliare in fotografia

Chicago Daily News negatives collection. Courtesy of Chicago History Museum (1907)

Chicago Daily News negatives collection. Courtesy of Chicago History Museum (1907)

Chi conosce “la regola del 16″ in fotografia? Ormai in pochi e probabilmente molti di questi la stanno anche dimenticando, ma fino ad almeno 60 anni fa era usata da tutti i fotografi per determinare la luce. Con l’avvento dei primi esposimetri andò lentamente in disuso.

Le innovazioni tecnologiche in fotografia hanno cambiato ogni volta il modo di ripresa e la percezione dei fotografi rispetto al mezzo e al suo uso nell’interpretare la realtà. Chi si avvicina alla fotografia partendo dal digitale ignora molte delle difficoltà tecniche  che restituiscono, quando note, ancora più magia e virtù ai grandi fotografi del passato.

Ai primordi la fotografia era condizionata da tempi di posa molto lunghi, i soggetti ripresi dovevano stare fermi, immobili per secondi (spesso con supporti che tenevano la testa, impedendone i movimenti). Con l’avvento di pellicole più sensibili alla luce cominciò anche a cambiare la fotografia, diventando meno “pittorica” ed iniziò  a documentare e raccontare storie. Ma le difficoltà, almeno come le vediamo noi ora, erano molteplici: indovinare la pellicola giusta per la situazione, mettere a fuoco manualmente, regolarsi con l’esposizione in base alla percezione della luce che ogni fotografo aveva. Esposimetro, fuoco automatico sono tutte conquiste degli ultimi 50 anni in fotografia.

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Il Fotogiornalismo è una gara?

La foto vincitrice "Signal" di John Stanmeyer

La foto vincitrice “Signal” di John Stanmeyer

La settimana scorsa sono state annunciate le foto vincitrici del prestigioso premio World Press Photo, curato da una organizzazione no-profit con base ad Amsterdam. Migliaia di fotogiornalisti ed aspiranti tali competono ogni anno per vincere il premio di miglior foto dell’anno e come ogni anno il premio espone il fianco a polemiche, discussioni e confronti. A sorpresa, interrompendo un tendenza che si era andata delineando nelle ultime edizioni, in questa edizione le foto non mostrano più sangue, violenza e dolore. O meglio mostrano anche questi elementi, ma in maniera più simbolica, meno cruenta e macabra degli anni passati.

La foto vincitrice dell’americano John Stanmeyer sicuramente mostra dolore umano, famiglie spezzate, ricerca di un futuro di popolazioni sofferenti. Ma lo fa in maniera simbolica, delicata, una connessione tra tecnologia, migranti e affetti, del tutto inaspettato. La foto degli uomini in piedi sulla spiaggia di Gibuti in cerca di un segnale con il loro cellulare, crea un corto circuito tra tutti gli elementi della foto, sofferenza, persone, simbolismo. Il tutto collegato da una foto di impatto, ben costruita e difficile da non notare anche per un osservatore distratto. Unica pecca, è una foto che forse necessita di una didascalia che spieghi chi sono e che fanno quelle persone illuminate dalla luna e dalla luce del loro cellulare.

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Vecchie foto da Salvare

Pochi possono dirsi: “Sono qui”.
La gente si cerca nel passato e
si vede nel futuro.
Georges Braque

Scritto in collaborazione con Dario-Jacopo Laganà.

Occhi che ti guardano da una scatola, seri, gioiosi, intimi. Questo è girare per mercatini dell’antiquariato in una città dove il passato non può essere nascosto o taciuto come Berlino. Famiglie sono state separate, persone sono rimaste sole con i propri ricordi fino a quando non sono diventati un ricordo anche le persone. Quando si smette di scavare tra le mille fotografie ammassate nelle scatole, si finisce ad avere le mani nere e non ci si accorge che intanto sono passate alcune ore e il mondo esterno ti appare fin troppo colorato e chiassoso.

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Ci hanno “rubato” una foto?

Ricerca tramite Google Image

Ricerca tramite Google Image

La maggior parte dei fotografi pubblica le proprie foto su internet, questo è diventato uno dei migliori strumenti di diffusione dei propri lavori. Sia che siano protetti da copyright, sia che le si rendano disponibili con licenza Creative Commons, per usi ad esempio non commerciali (come descritto in un articolo precedente). In entrambi i casi, lanciando le proprie foto nel mare di internet, si rischia di perderne il controllo.

Il linea di principio la legge garantisce la piena titolarità dei diritti dell’autore per ogni opera creativa fotografica. Titolarità che sopravvive fino a 70 anni dopo la morte dell’autore medesimo. Ognuno è padrone delle proprie opere e ne può disporre come meglio crede, anche regalandole se vuole, ma ha anche e soprattutto il diritto di non vederle utilizzate per scopi non autorizzati, specie se con finalità commerciali.

Che succede se scopriamo che qualcuno sta utilizzando le nostre foto senza averne diritto? Magari senza neanche mettere il nostro nome o modificandole? E soprattutto come facciamo a scoprire chi le sta utilizzando?

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E se domani facessimo foto in pellicola?

Stefano Corso (CC BY-NC-ND)

Foto analogica – Stefano Corso (CC BY-NC-ND)

E se domani fosse un giorno qualsiasi di 20 anni fa. Cosa accadrebbe  se decidessimo di andare a fare foto in giro per la nostra città? Quali azioni condizionerebbero il nostro modo di fotografare in una epoca in cui il digitale non è ancora diffuso?

Dovremo prima di tutto andare a comprare un rullino, e qui le prime scelte: bianco e nero o colori? Quale sensibilità  ISO della pellicola scegliamo? Dovremo avere una idea su cosa ci piacerebbe fotografare, capire se il colore o il bianco e nero si adattano di più alla nostra idea della giornata.  Anche capire quale e quanta luce avremo a disposizione per la scelta della pellicola giusta non è banale.

Una volta caricato il nostro rullino in macchina, inizieremo a scattare. Ma avremo solo 24 o 36 scatti a disposizione. In digitale per esperienza comune 36 scatti si fanno mediamente in un’ora se siamo virtuosi. In pellicola ogni scatto invece diventerà prezioso. Ponderato. Non avremo la possibilità di rivederlo e correggere il tiro. Nello stesso tempo probabilmente fotograferemo solo le 2-3  situazioni che veramente ci convincono o ispirano, valutando molto bene da un punto di vista tecnico e compositivo cosa stiamo riprendendo.

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