La dura vita di chi racconta con le foto

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Lewis Hine - Power house mechanic working on steam pump

Lewis Hine – Power house mechanic working on steam pump

“Ho voluto mostrare le cose
che dovevano  essere corrette.
Ho voluto mostrare le cose che
dovevano essere apprezzate”.

Lewis Wickes Hine

 Fotografare può essere una passione, un lavoro o semplicemente un hobby, ma in ogni caso c’è sempre la voglia di raccontare la realtà, o meglio una interpretazione di questa, mediata dal nostro modo di analizzarla, attraverso uno o più fotografie.

Da quando storicamente le macchine fotografiche non hanno più avuto bisogno di lunghi tempi di esposizione per colpa di supporti fotografici poco sensibili, il fotografo è sempre più uscito dal proprio studio per documentare e raccontare il mondo. Pionieri come Jacob Riis alla fine del 1890, passando per Photo-Secession di Stieglitz e Strand (fondata nel 1902), fino a Lewis Hine, Helen Levitt, Walker Evans e a Dorothea Lange, hanno fatto la storia di quel movimento che prenderà il nome di “Straight Photography” (fotografia diretta). L’obiettivo era raccontare il mondo senza alcun artificio tecnico quali filtri e procedimenti di sviluppo e stampa particolari. Inizia la nascita del fotogiornalismo e delle agenzie fotografiche; il progresso ha fatto il resto, tra digitale, internet e la attuale crisi della carta stampata.

Ai giorni nostri chi si voglia cimentare con il reportage, conosce o dovrebbe conoscere bene le difficoltà sempre più insormontabili a cui va incontro e che potrebbero fiaccare la voglia di raccontare, documentare e testimoniare. La crisi dei giornali stampati ha contribuito a ridurre il numero degli incarichi, per contro l’esplosione di internet e del numero di fotografi o sedicenti tali ha di fatto aumentato l’offerta di servizi e lavori a giornali, riviste online e non. L’agonia prima e quindi la morte di riviste dedicate al fotogiornalismo come l’americana “Life“, il cui requiem è descritto in maniera poetica nel recente film “I sogni segreti di Walter Mitty“, ha di fatto provocato ulteriori contrazioni di mercato per i fotogiornalisti.

The White Building

Riccardo Rocchi – “Habitat Project” su gentile concessione di Witness Journal

La crisi si acuisce ancora di più per la sempre più frequente difficoltà nel vendere o  anche solo far pubblicare molti lavori di denuncia che vanno a colpire interessi di raccolta pubblicitaria per i giornali. Difficile proporre un lavoro contro una multinazionale se è questa che, per esempio, paga la pubblicità o magari detiene quote del giornale o della rivista stessa.

Si può essere bravi, coraggiosi  e creativi, e non riuscire a pubblicare o farsi conoscere, in questo modo sarà difficile  esprimere la propria capacità nel trovare argomenti e  narrare storie con le foto. I servizi di denuncia rendono difficile il rapporto con i potenziali acquirenti: è dimostrato che nei periodi di crisi, chi compra o pubblica “storie fotografiche” cerca di prediligere storie a lieto fine, frivole e curiose da un punto di vista culturale, ma meno da quello sociale o critico. Il solo momento di gloria annuale per la categoria, e per pochi eletti, è l’appuntamento con il World Press Photo che di fatto coglie e in parte detta le tendenze del fotogiornalismo del periodo, molto spesso scontrandosi con gli stessi principi ispiratori di “Straight Photography“: anche per l’eccessiva postproduzione dei lavori proposti, resa ancora più facile dal digitale e che aggiunge alle foto un maggior impatto visivo, ma anche una forte alterazione della realtà che rappresenta.

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Sebastian Castañeda Vita – “Señor Cautivo de Ayabaca” su gentile concessione di Witness Journal

Se ci fermiamo un attimo nel ricordare l’ultimo servizio fotografico che abbiamo visto pubblicato, difficilmente lo ricorderemo sulla carta stampata, molto probabilmente lo avremo visto su internet magari un link su Facebook pubblicato da qualche amico, che lo ha ripreso da quotidiani online (ma all’80% saranno servizi di costume, ironici o con pretese artistiche) o da siti o blog di inchiesta di alternativi. Di fatto per il fotogiornalista saranno pubblicazioni estemporanee, a  visibilità ridotta e con ritorno economico proporzionalmente irrilevante rispetto all’impegno, ad eventuali rischi e alle spese sostenute. Nessuno fa il fotogiornalista con la speranza di diventare ricco… forse con quella di farsi conoscere sì. Se devo commissionare un lavoro lo affido ad uno bravo di cui conosco modalità di lavoro e di narrazione.

Ma come fare a farsi conoscere?

Oltre a provare a proporre lavori a testate online o cartacee, che sceglieranno in base a criteri di “vendibilità”, economicità e compatibilità, poche altre strade rimangono. In Italia in coincidenza con la crisi della carta stampata e l’avvento del “citizen journalism” nasce  nel 2007 rivista online, Witness Journal  – WJ. E’ una testata online mensile dedicata interamente al fotogiornalismo e che racconta storie attraverso la fotografia. Non paga i suoi autori, ma non si fa pagare per essere letta, offrendo una vetrina non solo italiana, ma anche internazionale (grazie alla versione in inglese) ai suoi autori. Dalla sua nascita sono stati pubblicati 64 numeri e pubblicate quasi 600 storie prodotte da fotografi professionisti e non.

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Mario Trave – “Welcome Somaliland” su gentile concessione di Witness Journal

Witness Journal ha una redazione che analizza e scegli i lavori che vengono proposti, supportando spesso anche gli autori nel trasformare le foto in articoli giornalistici. Di tutti i lavori ricevuti ogni mese vengono scelti per la pubblicazione i migliori 9 lavori, con l’impegno di dare visibilità alle storie e di conseguenza agli autori che le hanno raccontate.

In linea con la tradizione giornalistica anglosassone, poco in voga in Italia, l’obiettivo non è quello di fornire opinioni o punti di vista diversi dai fatti raccontati dalle immagini ma quello di rendere note delle informazioni nella speranza che queste stesse diventino motivo di approfondimento e interesse da parte del lettore.

Chi vuole provare ad inviare i propri lavori a Witness Journal per la pubblicazione trova qui tutte le informazioni.

In bocca al lupo e benvenuti nella jungla.

(La foto di copertina è di Giulio di Meo dal servizio Pig Iron su gentile concessione di Witness Journal).