Fotografare la strada

"Just for One", Stefano Corso (CC BY-NC-ND)

“Just for One”, Stefano Corso (CC BY-NC-ND)

Prendiamo la nostra macchina fotografica ed usciamo. E’ l’attività che viene fatta più spesso da chi considera la fotografia una passione. La strada è da sempre e storicamente  una grande ed inesauribile fonte di ispirazione visiva ed emotiva. E’ facile, sta lì, basta avere una macchina fotografica qualunque, voglia di camminare e di scoprire raccontando.

Ogni fotografo è un potenziale street photographer (come si dice sempre più spesso) e la fotografia di strada, ora inserita tra le categorie di questa disciplina-arte-svago, va sempre più di moda. Che fai? Sono un fotografo di strada!

Se chiedi ad un fotografo di strada il significato di questo genere,  ti darà sempre una risposta diversa, spesso integralista, sempre personale. Un esempio? Questo: “La fotografia di strada è solo quella che si fa con un grandangolo, possibilmente un  35mm, in bianco e nero e cogliendo visi delle persone!”.

Ogni fotografo sa che fotografare la vita che si ha intorno permette di variare, trovando nuovi stimoli, quello che cogliamo con l’obiettivo. Il fine è sempre la fotografia. La strada può essere uno strumento. Possiamo affrontarla, al di là di ogni “talebanismo”, con la predisposizione che ci è culturalmente più cara, con lo strumento che preferiamo (dal nostro smartphone alla reflex da ottomila euro) il tutto alla ricerca di qualcosa che ci colpisca gli occhi e, attraverso questi, il nostro io più profondo.

Non credo si possa dare una definizione precisa di fotografia di strada, quella più generale che credo possa andare bene probabilmente è: “quella pratica che consiste nel fotografare in un luogo pubblico od aperto al pubblico qualsiasi cosa che possa restituire una percezione di umanità“. Il resto sta al fotografo. Noi tutti decidiamo di scattare quando riconosciamo fuori qualcosa che abbiamo dentro, se non fosse così faremo filmati. Invece la fotografia permette di fermare un attimo di realtà scelto tra infiniti altri attimi e tra infinite prospettive ed angolazioni possibili. Facciamo “fotografia” quando fotografiamo noi stessi, quando cogliamo all’esterno elementi che possiamo interpretare in maniera originale e personale, per mostrarli e mostrarceli.

"Hunger", Stefano Corso (CC BY-NC-ND)

“Hunger”, Stefano Corso (CC BY-NC-ND)

Leggevo qualche tempo fa un interessante e provocatorio articolo di Marco Palladino, in cui si sostiene tra l’altro che la fotografia di strada è una moda, non esiste come genere e che “chi fa fotografia di strada (e non fotografie anche per la strada), mi si passi l’arroganza, non è un fotografo“. Sicuramente Palladino ha ragione sul fatto che la fotografia è sempre più alla portata di tutti e che tutti si sentono fotografi solo perchè fieramente posseggono una macchina fotografica. Ma cosa è un fotografo? Solo quello con la effe maiuscola o anche chi cerca di raccontare, distrarsi, divertirsi? Ha senso incasellare qualsiasi cosa in un genere o una definizione? E vero che osservando su internet quasi tutti aggiungono al proprio nome la dizione “photographer”, che molto spesso quello che si osserva è solo una serie di foto senza senso, meramente estetiche e che poco raccontano, che l’aggiunta di “street” davanti a photographer implica solo la facilità presunta del genere. Ma il gusto fotografico collettivo si costruisce anche così, osservando, criticando e facendoci magari contaminare da quello che ci piace. Ricordandoci  però sempre che la popolarità su internet, che ci fa da vetrina, è in molti casi è effimera, puoi funzionare tra un gruppo di amici o appassionati ma appena ti confronti con il mercato spesso volano gli schiaffoni, sia che tu sia un fotografo di strada, di ritratti o di moda.

Ma torniamo alla strada. Gli ostacoli, le difficoltà sono molteplici e, soprattutto note, a chi cammina con una macchina fotografica in spalla. A partire dalle nostre timidezze quando vorremo fare un ritratto di strada a qualcuno, scoprendo che la fase più complicata non è quella di ricevere un no, ma quella di ricevere un sì: perchè a quel punto la foto tocca farla veramente e deve essere buona, gestendo un estraneo che ci considera capaci, visto che tanto ci siamo interessati nel volerlo fotografare. Possiamo rubare scatti a sconosciuti, ma anche lì, gli ostacoli legislativi e sulla privacy sono tanti. La diffusione senza liberatoria dei nostri scatti a persone riconoscibili per la legge non è ammessa. Fotografare i bambini, soggetti di per sè naturali, spontanei e simpatici, peggio mi sento. Storicamente la fotografia di strada del passato da Bresson a Doisneau si è fatta anche fotografando bambini innocenti in maniera innocente. Ora il mondo è un po’ meno innocente, soprattutto per il forte volano di propagazione che fornisce internet: nessun genitore solitamente gradisce vedere il proprio figlio fotografato da uno sconosciuto per strada e magari pubblicato su internet. A meno che non sia il genitore stesso a farlo, ma questi sono altri corto circuiti.

Ma superati gli ostacoli cosa rimane? Rimane che chi racconta vince, chi emoziona anche, chi si distrae con la semplice ricerca del particolare o di qualcosa di originale vince ancora di più, anche nel caso  dovesse tornare a casa con nessuna foto “buona”. La palestra fotografica che si trova dietro l’angolo di casa è impagabile prima di tutto per noi stessi, prima che per la nostra fotografia. Smettere di guardare, iniziando ad osservare con attenzione i singoli elementi, le persone, cercando di farli combaciare e trovando un qualcosa che riempia i nostri sensi più profondi è quello che fa della fotografia di strada, o per strada, un disciplina unica che ci porta ed entrare in empatia con il mondo circostante mutuandolo con i nostri occhi. Osservare il mondo con gli occhi di un cacciatore e la pazienza di un pescatore alla ricerca prima di tutto di noi stessi. Fare in modo che la foto sia per noi e per gli altri che la guardano solo l’inizio, l’innesco di un viaggio mentale che ci colleghi ad una emozione, un possibile futuro o passato in una realtà percepita ed interpretata, ma che possiamo vivere anche noi con la nostra fantasia di spettatori.

Commenti (8)

  1. Ho letto con grande interesse questo contributo di Stefano su un tema che ritengo farà parlare molto. Vorrei solo puntualizzare sulla frase citata dal mio articolo, dato che è stata oggetto di diversi fraintendimenti. Curiosamente ho ricevuto critiche sia da chi ha considerato l’articolo un atto di snobismo intellettuale sia da chi non lo ha ritenuto abbastanza “accademico”. Cui rispondo che in effetti non lo è e grazie a dio non intendeva esserlo. Ma curiosamente appena si accosta la parola ‘cultura’ a ‘fotografia’, tante persone si agitano. C’è poi un altro fraintendimento cui la frase citata potrebbe portare. Lungi da me pensare che la fotografia sia riservata solo ai Fotografi con la Effe, né tantomeno che il professionista sia per definizione un Fotografo con la Effe (un’altra dicotomia concettuale che si sente spesso tra le persone). Un professionista è uno che sa svolgere bene un lavoro fotografico, può creare prodotti fotografici basati sui molti cliché della fotografia di massa, consapevolmente o no, e per questo avere un gran successo. Ma se si viene alla Street, ebbene le cose cambiano. Non è una fotografia commerciale, è un tipo di fotografia storicamente praticata da fotografi dotati di grande sensibilità sociale, concettuale e visiva. In questo senso dico che la Street non esiste, che un HCB non diceva toh ora prendo la Leica e vado a fare “Street”, piuttosto viveva la fotografia fino all’ultimo secondo della sua giornata e ogni momento era buono per cogliere un istantanea che fosse capace di fissare un milieu per sempre. In quanto tale, la Street non esiste, è un genere se vogliamo che sta dentro il lavoro di attenti fotoreporter e che per ragioni più di gusto popolare e facilità di comprensione in quanto referenziale alla quotidianità hanno reso famosi i suoi autori. Provate a intervistare dei fotoamatori e vedrete che di HCB conoscono le foto di Parigi ma pochissimo i reportage. Perché? Perché questo “genere”sembra di facile riduzione, così come è accaduto per la fotografia di paesaggio. E ritengo non a caso che il mercato lo abbia preso di mira. Non è un caso che in concomitanza con la riduzione delle fotocamere sia sorto dal nulla (in senso commerciale) un genere che se ne chiedevi a qualcuno una definizione solo pochi anni fa ti avrebbe detto essere fotografare le vetrine per un allestimento o magari immortalare il cibo sulle bancarelle. In questo senso la Street non esiste, o meglio non esiste lo Street Photographer.

    • I miei pensieri iniziali ed esperienze con la ” Fotografia di strada” mi portano a dire che un elemento essenziale della street photography è saper cogliere un momento , in cui l’immagine è l’oggetto di una ricerca , attraverso la forma di un gesto o di uno sguardo , unico e irripetibile e non il risultato di un avvenimento casuale.
      Un pericolo che si verifica spesso in questo genere è quello che forse ci si attiene a degli stereotipi , come fotografare persone che leggono , telefonano , scattano foto , consultano cartine stradali, si baciano, ecc. Io credo che ognuno di noi, cosiddetti “fotografi per passione”,(come io mi definisco) descrive con i propri occhi e il proprio modo di narrare un evento, una situazione o una storia , con la sua capacità di trasmettere emozioni , messaggi e stati d’animo , utilizzando tecniche e diversi modi di guardare ed avvicinarsi all’ambiente , utilizzando colori o in b / w . Questo è il motivo per il quale nel 2011 ho aperto su “Facebook” un gruppo “Street photography in the word”. Volevo fosse un punto di riferimento e un luogo di incontro per chi si avvicina alla fotografia di strada e condivide questa passione .
      Street Photography è cresciuto ed ora conta circa 62000 iscritti e si è trasformato in un importante luogo di espressione per molte persone di ogni parte del mondo. Un viaggio attraverso le strade del mondo alla ricerca di storie interessanti e insolite a volte divertenti, alcune volte drammatiche.
      Uno stimolo a guardare , imparare e capire modi diversi di vedere “la propria strada” . Ci sono strade nelle nostre città , ci sono posti che attraversiamo ogni giorno , c’è la gente comune , tutti gli elementi che possono apparire banali , ma che , se li sappiamo davvero guardare , possono nascondere momenti preziosi che possiamo congelare in uno scatto con la capacità di intuizione.
      Street Photography in the world è seguito da un team di amministratori impegnati ogni giorno nella gestione, nei commenti e nell’accoglienza dei nuovi iscritti . Un lavoro di grande impegno, quello di cercare di far crescere una passione comune e di creare relazioni e a volte momenti di scambio fra le persone.
      L’ obiettivo è quello di migliorare la street photography e dare un senso a questa passione , seguendo un’unica filosofia ” saper cogliere un momento di vita che racconta storie ed emoziona”.
      Cito per finire una frase che mi sta molto a cuore di Eliott Erwitt
      “Si tratta di reagire a ciò che si vede, senza preconcetti. Si possono trovare immagini da fotografare ovunque, basta semplicemente osservare le cose la loro disposizione, interessarsi a ciò che ci circonda e occuparsi dell’umanità e della commedia umana”.

        • Video eccezionale… spiega probabilmente l’essenza del “cogliere un momento”, l’essenza della fotografia di strada… dallo stesso angolo, tante vite diverse… dallo stesso punto di vista, migliaia di punti di vista differenti… osservare…
          Sono rimasto profondamente colpito e ringrazio Roberta Pastore per averlo condiviso…

  2. Grazie per il contributo Marco, da me citato nell’articolo, e Roberta. Sostenere che la street non esista continuo a ritenerlo non esatto, così come il discorso che sia un semplice genere che derivi dal reportage. Si può ragionare la fotografia anche per singole foto, senza dover collegarle necessariamente tra loro e eviterei di fare classifiche di nobiltà tra generi. La street è un aspetto della fotografia molto popolare, come dimostrano i numeri forniti da Roberta, anche di moda se vogliamo, ma è sempre stata storicamente praticata, come si evince da molta letteratura dell’epoca analogica.

    Se prendiamo ad esempio le foto di Vivian Maier (http://www.vivianmaier.com), vediamo come le sue foto non possano considerarsi né reportage, né fotografia prettamente sociale, né tantomeno narcisismo fotografico, essendo state scattate in analogico e scoperte solo dopo la sua morte. Ma come lei tanti autori del passato, ad iniziare dallo stesso Stieglitz e del suo “Camera Work”.

    Un fenomeno che è sempre esistito tra i fotografi, per il solo fatto che possa diventare di massa o di moda, non va sminuito e denigrato solo perché la qualità si abbassa per forza di cose con la quantità. Ragionerei, come sostenevo nell’articolo, piuttosto in termini di etica, rispetto, contenuti e qualità del prodotto come fattori di educazione e crescita per tutti.

  3. Ottime considerazioni, Stefano.
    Noto con un certo rammarico che in giro per il web la “street photography” assume troppo spesso una interpretazione letterale, ossia banalmente “fare foto per strada”.
    Basta andare, ad esempio, su InPublic (www.in-public.com) per rendersi conto che in realtà c’è molto di più e di come essa sia un genere molto difficile e complesso.
    Un saluto, Luciano

  4. Credo che un fotografo dichiaratamente dedito alla “Street Photography” disponga di una spropositata sopravvalutazione delle proprie capacità fotografiche e/o emotive: a tal proposito riporto di seguito definizioni estrapolate dalla presente pagina ma che sono addotte più o meno identicamente da qualsiasi altro scritto sullo stesso tema.

    – “percezione”
    – “saper cogliere un momento”
    – “capacità di trasmettere emozioni”
    – “saper cogliere un momento di vita che racconta storie ed emoziona”
    – “chi racconta vince, chi emoziona anche, chi si distrae con la semplice ricerca del particolare o di qualcosa di originale vince ancora di più”
    – “osservare con attenzione i singoli elementi, le persone, cercando di farli combaciare e trovandondo un qualcosa che riempia i nostri sensi più profondi è quello che fa della fotografia di strada, o per strada, un disciplina unica che ci porta ed entrare in empatia con il mondo circostante mutuandolo con i nostri occhi”
    – “Fare in modo che la foto sia per noi e per gli altri che la guardano solo l’inizio, l’innesco di un viaggio mentale che ci colleghi ad una emozione, un possibile futuro o passato in una realtà percepita ed interpretata, ma che possiamo vivere anche noi con la nostra fantasia di spettatori”

    Bisogna essere in grado di sapersi rapportare con tutto questo per praticare la “street” o forse la verita’ e’ un altra…

    Signori, vi invito a rileggere queste definizioni e a riflettere:
    Esse altro non sono che definizioni generiche che e’ doveroso assoggettare a tutti gli scatti di tutti i generi fotografici!
    Osservare, percepire, cogliere, documentare, narrare, emozionare ecc.ecc. sono parole altosonanti che non appartengono ad una corrente specifica ma alla fotografia in se’!

    E’ evidente a mio avviso che la street photography non e’ un genere ma il modo piu semplice e immediato di vivere la fotografia sul quale produttori di fotocamere, siti e social, laboratori fotografici, docenti di fotografia e fotoritocco, circoli e tanti altri stanno spingendo per ottenere una risposta di marketing piu elevata. Nulla di piu facile raggiungere lo scopo spacciando la costola di Adamo per una donna illudendo i consumatori dell’esistenza di un genere e promuoverlo come fosse arte… Per sfatare il mito dell’oggettivo valore artistico di una foto e’ sufficiente andare su Google immagini e cercarne una con le parole chiave che usremmo per descrivere le nostre foto: avremo milioni di risultati che ci fanno presente quanto la nostra foto sia priva di ogni valore, altro che opere artistiche…

    Concludo con uno stereotipo… E’ comune denominatore per chi tratta questo modo di vivere, che lo si accosti ai grandi autori del passato (HCB in primis) mistificando cio’ che essi sono stati realmente: fotoreporter, non solo fotografi di
    occasioni. Metaforicamente chi mai si sognerebbe di recarsi al ristorante di un grande chef per definirlo grande pastasciuttaio? Per quanto possa fare pastasciutte inimitabili e di primissimo ordine significherebbe sminuire tutto il suo lavoro (che va dall’antipasto al dolce): i morti come Bresson non possono prendere le distanze dalle etichette che gli vengono appioppano post mortem e sarebbe un atto quantomeno dovuto, evitare di citarli a testimoniare.

    • Grazie per le considerazioni Claudio. Comprendo molti tuoi assunti, che mi pare vadano nella stessa direzione dell’articolo, specie per quello che riguarda la qualità della fotografia a prescindere dal genere o dalla categoria nella quale la si vuole o non si vuole incasellare. Non comprendo solo perchè accanirsi contro un tipologia di fotografia di fatto praticata da milioni di fotografi appassionati in tutto il mondo, che per il solo fatto di uscire per strada e raccontare la realtà che vivono non hanno secondo molti dignità di genere o di “Fotografi”. Come non credo allo stesso modo che siano le case produttrici ad avere inventato una categoria fotografica, semmai forse la assecondano in base a leggi di mercato e di richiesta. E forse sono solo due produttori che lo fanno…

      Molti si vogliono rasserenare con definizioni, altri con non-definizioni, in battaglie da stadio tra tifoserie di genere. Quando molto probabilmente basterebbe considerare le foto semplicemente quello che sono e che raccontano.

      Un unico appunto, molte foto di Bresson non sono da incasellare in reportage, ma semplicemente come foto estemporanee raccolte per strada, guardati le serie su Roma o su Scanno. Se raccontare un luogo vuol dire fare reportage, credo sia il concetto di reportage ad essere interpretato in maniera erronea. Così come il recente caso della scoperta delle foto di Vivian Maier. Non di può dire abbia fatto assolutamente reportage, ma a prodotto singole foto di una poesia e di un impatto fuori dal comune semplicemente raccontando il mondo e gli anni in cui ha vissuto.

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