Il Fotogiornalismo è una gara?

La foto vincitrice "Signal" di John Stanmeyer

La foto vincitrice “Signal” di John Stanmeyer

La settimana scorsa sono state annunciate le foto vincitrici del prestigioso premio World Press Photo, curato da una organizzazione no-profit con base ad Amsterdam. Migliaia di fotogiornalisti ed aspiranti tali competono ogni anno per vincere il premio di miglior foto dell’anno e come ogni anno il premio espone il fianco a polemiche, discussioni e confronti. A sorpresa, interrompendo un tendenza che si era andata delineando nelle ultime edizioni, in questa edizione le foto non mostrano più sangue, violenza e dolore. O meglio mostrano anche questi elementi, ma in maniera più simbolica, meno cruenta e macabra degli anni passati.

La foto vincitrice dell’americano John Stanmeyer sicuramente mostra dolore umano, famiglie spezzate, ricerca di un futuro di popolazioni sofferenti. Ma lo fa in maniera simbolica, delicata, una connessione tra tecnologia, migranti e affetti, del tutto inaspettato. La foto degli uomini in piedi sulla spiaggia di Gibuti in cerca di un segnale con il loro cellulare, crea un corto circuito tra tutti gli elementi della foto, sofferenza, persone, simbolismo. Il tutto collegato da una foto di impatto, ben costruita e difficile da non notare anche per un osservatore distratto. Unica pecca, è una foto che forse necessita di una didascalia che spieghi chi sono e che fanno quelle persone illuminate dalla luna e dalla luce del loro cellulare.

Era la migliore foto tra le circa 98.000 foto arrivate al Word Press Photo? È possibile stabilire la migliore foto dell’anno? Quali sono i parametri? Il fotogiornalismo può essere considerato una gara? Molto probabilmente no. Gli accadimenti umani sono molteplici e possono essere drammatici, felici, storie tristi di morte ma anche storie di vita e di speranza ed è impossibile credere che solo il dolore abbia dignità nell’essere raccontato. C’è molta distanza tra le foto vincitrici degli anni passati e quelle di quest’anno. La visione del sangue e del dolore è mediata in maniera meno diretta, più simbolica e certamente meno cruenta. Ho ancora davanti agli occhi la foto del bambino, colto in volo, lanciato su una pila di cadaveri di altri bimbi dopo il terremoto di Haiti di qualche anno fa. Una foto terribile, macabra, inutilmente d’effetto. Il dolore si può raccontare anche avendo rispetto dei soggetti rappresentati. Si può raccontare senza ricorrere a stereotipi occidentali come la foto vincitrice del 2012 raffigurante la mamma yemenita che abbraccia il figlio soldato ferito con forti parallelismo all’iconografia della Pietà di Michelangelo o senza dover ricorrere a forti alterazioni di luce in post-produzione come la foto del funerale palestinese vincitrice dell’edizione precedente.

Anche quest’anno la giuria ha scelto tra tante storie, non premiando sicuramente la post-produzione eccessiva che sembra fare da regina nelle tendenze del fotogiornalismo moderno, in cui la realtà sembra  molto spesso che debba essere travisata da forti contrasti irreali in bianco e nero o eccessive saturazioni ed alterazioni di luci. L’8% delle foto finaliste infatti sono state squalificate proprio per questo motivo. In una intervista al New York Times, il presidente della giuria Gary Knight afferma che “in ognuno dei casi si è trattato di alterazioni senza senso e stupide. Nessuno dei fotografi ha migliorato il proprio lavoro e probabilmente senza queste alterazioni sarebbero stati presi in considerazione”.

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Nuoto nel Mondo – Quinn Rooney

Cosa è quindi questo premio che ogni anno diventa appuntamento e vetrina principale per un impressionante numero di fotografi di tutto il mondo? Vincere Il World Press Photo, comporta sicuramente fama, ingaggi, riconoscimenti ulteriori e un tappeto rosso assicurato per il gotha della fotografia mondiale. Torniamo alla domanda iniziale. Non voglio credere, nonostante il mio personale apprezzamento, che le foto vincitrici rappresentino il meglio che la fotografia può esprimere. Ci troviamo di fronte a scelte di una giuria, arbitrarie come la scelta di qualsiasi giuria, ma con l’autorità di giudici che con la loro autorità fanno tendenza per quello che riguarda narrazione fotografica ed immagine. Il World Press Photo può essere considerato come una rivista/almanacco di fotogiornalismo dell’anno precedente di cui la foto vincitrice fa da copertina. Non esiste e non può esistere una classifica delle vicende umane meritevoli di essere narrate. Quello che viene narrato è una miscela tra avvenimento, originalità, curiosità, simbolismo che fa da spaccato alla cultura e alla sensibilità di ogni epoca a cui si aggiunge certamente abilità nel raccontare tramite estetica e attimi fermati. Conosco numerosi fotogiornalisti che vivono ogni anno alla ricerca spasmodica di storie e di foto d’effetto da presentare al World Press Photo, con l’idea che la “normalità” dell’informazione  non possa fare notizia, o che sia necessario rischiare la vita o fotografare cadaveri per avere accesso alla notorietà internazionale. Forse quest’anno il premio e i giudici designati hanno dimostrato che non deve essere necessariamente così, che si possono raccontare avvenimenti “semplicemente” giornalistici in maniera rispettosa e delicata senza dover ricorrere ad artifici digitali e senza dover essere necessariamente schiaffeggiati dalla visione di ogni immagine premiata, specie in un periodo storico in cui siamo assuefatti dal dolore, quello nostro compreso.

– QUI LE FOTO VINCITRICI DEL WORLD PRESS PHOTO –