Vecchie foto da Salvare

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Pochi possono dirsi: “Sono qui”.
La gente si cerca nel passato e
si vede nel futuro.
Georges Braque

Scritto in collaborazione con Dario-Jacopo Laganà.

Occhi che ti guardano da una scatola, seri, gioiosi, intimi. Questo è girare per mercatini dell’antiquariato in una città dove il passato non può essere nascosto o taciuto come Berlino. Famiglie sono state separate, persone sono rimaste sole con i propri ricordi fino a quando non sono diventati un ricordo anche le persone. Quando si smette di scavare tra le mille fotografie ammassate nelle scatole, si finisce ad avere le mani nere e non ci si accorge che intanto sono passate alcune ore e il mondo esterno ti appare fin troppo colorato e chiassoso.

La fotografia ferma il tempo e le anime in contesti che spesso possiamo solo indovinare. Volti sconosciuti resi quasi eterni su di un pezzo di carta da parte altre persone invisibili. I nostri ricordi personali sono molto spesso punteggiati da fotografie, ma cosa succede alla foto quando i ricordi non sono i nostri e spariscono? Cosa spinge a cercare dentro uno scatolone vite altrui? Fascino per il passato? Voyeurismo? Interpretare il senso della vita tramite volti di persone che non ci sono più?

Ci sono dentro le storie delle persone ma anche quelle della città, come la foto dove i bambini col cappellino da marinaio e una bandierina della Agfa, il probabile ricordo di una gita fatta nella grande fabbrica che una volta era alle porte di Berlino e che adesso riposa abbandonata.

Ma la fotografia è anche capace di lasciare graffi sulle nostre vite, come la bella foto della bambina che in un campo innaffia dei fiori sorridendo e alle spalle si vedono dei palazzi, probabile lascito della Seconda Guerra Mondiale. E mentre guardi le foto cerchi di indovinare l’anno, la giri in cerca di parole o date scritte a mano con inchiostro ormai sbiaditi. Un qualsiasi collegamento tra quello che vedi ed una possibile realtà.

La foto di gruppo in uno studio fotografico con persone vestite di tutto punto è poi la quintessenza della fotografia antica, con sguardi di ragazzi che sembrano uomini cresciuti troppo velocemente. Come capita spesso quando guardiamo le foto dei nostri nonni e ci sorprendiamo a scoprire che la loro età, all’epoca della foto, è di 10-15 anni meno di quello che sembra.

Il nostro rapporto con le immagini fotografiche è un rapporto molto giovane, moderno, non più vecchio di 200 anni. In famiglia molto spesso raramente andiamo oltre i bisnonni  come rappresentazione visiva. E sicuramente non abbiamo foto del nostro antenato che combattè insieme a Napoleone. Oggi le immagini rappresentano un mezzo fondamentale, un evento qualsiasi senza immagini ci riesce difficile da visualizzare anche solo mentalmente. Scavando in vecchi scatoloni nei mercati, si finisce però qualche volta ad immergersi in mondi altrui, antichi, spesso anche intimi, di persone che non conosciamo e che a giudicare dalla carta ingiallita delle foto, probabilmente non esistono più.

I mercati delle pulci in questo senso sono una grande fonte di ispirazione e di riflessione per indagare il rapporto che legava le persone alle immagini, per quali occasioni le fotografie venivano fatte e poi conservate negli album di famiglia; costumi che ai giorni d’oggi sembrano veramente antichi eppure è la nostra storia fino a solo 30 anni fa. Chi dal duemila in poi mantiene un album di famiglia aggiornato? Tutto è spesso dentro i nostri computer, pronto ad essere inviato via email agli zii americani e poi dimenticato.

Ci sono alcune città paradossalmente fortunate in questo senso, come Berlino, dove la storia è presente e viva e dove le storie private delle persone sono state spesso relegate in cantina per gli ultimi 20 anni per poi essere portati alla luce da qualche nipote che, non sapendo cosa fare, ha ben deciso di disfarsi del tutto vendendolo in blocco.

E così che queste storie tornano alla luce, regalandoci frammenti di vita di persone che non conosceremo mai, ma che se ci soffermiamo a guardare, potranno aprirci mondi infiniti sui quali guardare, mondi spesso semplici, ma assolutamente coinvolgenti. Il volume di foto che si facevano una volta è decisamente ridicolo rispetto a quello cui siamo abituati adesso. Questa attenzione alla quantità però spesso gioca a favore delle fotografie dell’epoca, perché risultano fatte in momenti speciali, particolari, dove le persone si fermavano appositamente o si mettevano in posa per fare in modo che la foto non fosse sprecata.

Chi scrive forse si riconosce un ruolo in questa ricerca, quello di salvare delle storie, salvare le vite di sconosciuti dall’oblio, fare in modo che questi attimi, per quanto a noi totalmente ignoti, riprendano vita restituendo un senso a momenti ormai dimenticati. Probabilmente salveremo i volti più simpatici, attimi che ci ricordano qualcosa, foto con elementi particolari di dolcezza od eleganza. Ma da qualche parte si deve pure iniziare.

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